Space Opera: and the winner is…

È con grande piacere che AgendaGeek.It Annuncia la vincitrice del concorso letterario: Valeria Nisi.
Il suo Proxima Blues vi terra incollati agli schermi dei vostri pc, come ha tenuto incollati noi in redazione. Occhio: parte piano ma poi prende.
Complimenti Valeria da tutti noi.
E quindi, godetevi Proxima Blues.

                                                 Proxima Blues

Li vidi mentre mi rilassavo sotto i getti d’acqua, esausta dopo l’esame di Antropologia e Robotologia della Comunicazione Bio-sintetica 2.
Erano sul piatto della doccia e li scambiai dapprima per qualche pelo insolitamente spesso, arricciato nella forma di un arco. Poteva trattarsi solo del mio materiale biologico, visto che l’altra inquilina del modulo abitativo 173 era una Proximana rettiloide, inoltre non si lavava mai. Pensai che poteva trattarsi di capelli (per abitare lì al Campus UnInterplanetario di Proxima B avevo dovuto tagliarli corti -era più comodo per infilare la tuta antiradiazioni e quella spaziale-) ma erano esseri viventi, piccoli e neri, che si contorcevano piano. Si arricciavano sino a formare cerchi perfetti e poi si distendevano.
Staccai istantaneamente il telefono della doccia e puntai il getto contro le creature, nel tentativo di trascinarle nello scarico, ma rimasero incollate sull’acciaio. Fra le gocce d’acqua mi sembrò di vederle continuare, ancora e ancora, nei loro movimenti.
A quel punto sentii suonare alla porta del modulo. Chiusi l’acqua, azionai l’aria calda, afferrai il caftano e uscii in tutta fretta da quella doccia infestata.
Aperta la porta, che si ritrasse all’interno della parete soffiandomi addosso altra aria, mi ritrovai di fronte nel corridoio uno dei robot della Segreteria. Uscito ovviamente dalle fabbriche terrestri Chiba, aveva lenti rotonde per occhi e un radiatore a oblò per bocca, braccia e gambe d’acciaio con giunture e cavi in vista e ampio busto a trapezio rivestito di silicone trasparente, che lasciava intravedere l’intrico dei meccanismi interni.
«Buonasera, studentessa del secondo anno Rashida Mohamed» disse il segretario. «I robot delle pulizie hanno interrotto le loro funzioni all’interno di questo modulo. Il livello di sporco ha superato i limiti per cui sono settati».
«Non vogliono pulire?» esclamai. «Che storia è questa? Certo, non spolvero da un po’, ma ho dovuto studiare e pensavo che loro tamponassero il danno. Loro oppure la mia coinquilina».
«Si rivolga alla sua coinquilina, studentessa del secondo anno Rashida Mohammed» ribatté asciutto il segretario. «I robot hanno interrotto le loro funzioni. Queste riprenderanno normalmente quando avrete ripristinato i parametri di vita umano-proximana all’interno del modulo».
«Non è così sporco, segretario. Entri a controllare. La mia camera è in ordine, a parte l’Endoscopio Intelligente per il corso di Costruzione di Robot 1, mentre dove dorme Attakat Lak Lak…c’è…» chiusi gli occhi e inspirai con forza, mentre cercavo le parole «…una palude. So che i Rettiloidi si portano dentro i moduli qualche roccia, ma la terra fresca è un’altra cosa. È piena di larve che potrebbero crescere e strisciare dentro il bagno. Già, magari proprio dentro il bagno. Provi a entrare».
«Non entro, grazie» disse il segretario in tono schizzinoso. «I robot hanno interrotto le loro funzioni per questo modulo».
«Me l’ha già detto, segretario».
«Sì, studentessa del secondo anno Rashida Moahmmed. Le auguro una buona serata» il robot girò sulle grandi suole di gomma dei piatti piedi metallici e se ne andò impettito.
Questo era abbastanza per farmi perdere la pazienza nei confronti di Attakat Lak Lak. Trattenni il respiro prima di precipitarmi nella sua camera ma, pur senza l’odore, l’atmosfera della stanza piena di
terriccio umido e piccole pozze di fango mi aggredì, calda e appiccicosa sulla mia pelle prima così pulita. Attakat Lak Lak aveva scelto come ulteriore ornamento gli arazzi tipici dei Rettiloidi, tutti uniformemente grigiastri, rettangolari e appesi sul lato corto. L’unica parete libera dagli arazzi era occupata da un’armatura medievale terrestre -senza la spada, che come ogni arma non era stata ammessa al Campus- e un maxischermo da lettura su cui scorrevano incessantemente ballate e poesie interplanetarie. Siccome gli arazzi rettiloidi, fatti ora con la seta dei bozzoli ora con la pelle della muta, subivano tali lavorazioni da assumere le consistenze più svariate, era fondamentale toccarli, attività contemplativa in cui Attakat Lak Lak era immersa quando la trovai nella stanza. Si era addirittura arrampicata con tutto il corpo su un arazzo grigio e decisamente scaglioso, per cui faticai a distinguerla finché non notai le fibbie delle sue cinture decorative.
«Attakat Lak Lak» sbottai, a braccia incrociate. «Dobbiamo riparlare delle pulizie. Ti avevo detto di non avere tempo per via dell’esame e oggi, come risultato, ci sono dei vermi nella doccia. Non so come sia successo, ma la Segreteria è sul piede di guerra, quindi o ci pensi tu o cambio modulo».
La voce rauca e profonda di Attakat Lak Lak arrivò come al solito dal fondo della gola palpitante, senza che le labbra pallide e gommose si schiudessero sensibilmente: «Siete voi Terrestri ad avere la vista troppo acuta, notate persino la polvere. L’altra volta erano le orme delle zampe, l’altra una mentina succhiata, stavolta cosa sono? Batteri?».
Le descrissi i vermi neri mentre lei scendeva dall’arazzo in un veloce zampettare e si accomodava su una roccia (parte del mobilio): «Non ci credo» disse infine Attakat Lak Lak, «Se fossero quelli a forma di cerchio, dovrebbero espellerci e poi disinfestare tutto il Campus. Dopo averlo evacuato. A proposito…»
Stava giusto sgattaiolando dietro la roccia e iniziando a scavare una fossa nel terriccio, ma la fermai: «Falla nel bagno, per una volta, Attakat Lak Lak! Così saprai! I vermi sono come li ho descritti, se riesci a dirmi cosa sono, forse riusciamo a sterminarli prima che distruggano il pianeta».
Attakat Lak Lak fece immediatamente capolino, sporse il muso e un lungo artiglio, l’indice di una mano tutta dita, verso di me: «Non scherzare, Terrestre!» ringhiò, poi produsse un sibilo stridente che interpretai come un verso intimidatorio. «Le larve di Canegula possono ridurre il mio pianeta peggio di come le tue mentine hanno ridotto me! Le genitrici delle Proximane umanoidi usano il Canegula come babau nelle fiabe, pur di tenere le figlie lontane dalle larve!»
«Forse sibilare addosso alla gente funziona dalle tue parti» dissi io, ancora a braccia incrociate, «Ma evita di farlo con me. Tu non sei una biologa, se non sbaglio, e io ascolto poco le superstizioni».
«Terrestre, vola basso. Solo perché studi Robotica per la Medicina non puoi trattare da selvaggi noi di Letteratura Interplanetaria» per un attimo sentii l’artiglio di Attakat Lak Lak sfiorarmi il petto, appena, e il caftano affondò leggermente nel solco fra i seni. «Mi pare evidente che tu non sai nulla delle larve di Canegula e io non ho intenzione di mettermi a cacciarle. È collaborare o morire, quindi, hai intenzione di darmi retta?»
«Collaborare nel senso che io dovrei eliminare le larve mentre tu dài istruzioni, Attakat Lak Lak?» ribattei. «Prima di cominciare, puoi notare almeno che ti sto chiamando per nome? Io sono Rashida».
«E io sono Attakat. Non c’è bisogno che lo dici tutto intero. Lo farebbe solo Dobby l’Elfo Domestico di Henry James».
E quella studiava Letteratura! Ma c’erano cose più importanti di cui occuparsi. Per esempio salvare il modulo abitativo, la nostra carriera universitaria e forse, ma speravo fosse un’esagerazione, il Campus UnInterplanetario e il pianeta intero.
Vista l’emergenza, Attakat mise per la prima volta zampa nel bagno. Ci sporgemmo tutte e due nel ristretto spazio della doccia per controllare le piccole presenze. Attakat mi guardò di sbieco coi suoi occhi lattiginosi e rotondi come bacche di vischio terrestri: «Sento la loro puzza tossica» disse. «Tu le vedi?»
«A circa un palmo dal tuo muso!» risposi sbalordita, e puntai il dito. Le larve di Canegula erano identiche a prima che le bagnassi, nere, ritorte a forma di cerchi perfetti.
«Oh, scusami, era facilissimo» ringhiò Attakat, come le avessi chiesto di notare un elettrone che stava volteggiando attorno a un atomo. «Adesso le vedo. Dannata vista acuta dei Terrestri. Sì, è proprio Canegula…sono tutte qui quelle che hai trovato?»
Me ne resi conto con un brivido: «No. Prima erano quattro, sono sicura. Una è sparita, proprio quella più vicina al bordo: dev’essersi infilata nella fessura delle pareti a scomparsa, forse è ancora lì dentro o forse è uscita dalla doccia».
Mi protesi ulteriormente per sbirciare nei pertugi, ma questi erano scuri e impenetrabili. Così da vicino, le larve rimaste, che avevo in qualche modo presunto fossero molli e col corpo ad anelli, apparivano lisce come fili di nylon.
«Dovremmo intanto sigillare i pertugi con della schiuma poliuretanica» dissi io. «Poi non potremo più chiudere le pareti della doccia e ci rimprovereranno, ma sempre meno che per un’invasione di Canegula, suppongo. E poi siamo tutte ragazze, se entri mentre sono sotto la doccia poco importa».
Attakat emise un verso gorgogliante simile a una “R” arrotata da un bambino poco esperto di linguaggio verbale, con un punto interrogativo alla fine: «È da un pezzo che volevo chiedertelo, Terrestre…» disse poi, in tono perplesso. «…perché credi che io sia una femmina? Pensavo che per il quarto sesso dei Rettiloidi si usasse il maschile, parlando in interplanetario».
Per un attimo fissai Attakat nella posizione in cui eravamo, spalla a spalla, poi mi ritrassi di scatto: «Avevo chiesto espressamente una coinquilina ai robot della Segreteria, per motivi religiosi!»
«Studi Robotica e ti fidi dei robot terrestri, per capire la parola “religione” e distinguere i nostri quattro sessi a colpo d’occhio?»
«Sì, so che nei libretti uninterplanetari non segnano il sesso, potevano chiederlo a te, però».
«Perché, sulla Terra è una domanda cortese? Ho un utero, se ti consola».
«Non..!» stavo per protestare in qualche modo inutile, ma la mia mente, condotta per un attimo verso i
misteri dell’anatomia, produsse un’idea nuova. «Aspetta. Guardiamo dentro le fessure della doccia prima di manometterle. Ho costruito un Endoscopio Intelligente, vorrà dire che lo testeremo ora».
A dire la verità dovetti frugare un po’ prima di tirar fuori l’E.I. dal caos sopra la scrivania della mia camera e Attakat non perse l’occasione per notare che potevo avere attirato io le larve, non lui e la fanghiglia nella sua camera.
«Il mio non è uno sporco umido» obiettai, mentre immortalavo una delle larve ancora in vista con la fotocamera dell’apparecchio. Bastò inquadrare l’essere nello schermo che tenevo fra le mani e toccare l’icona giusta.
«Qualsiasi sporco è lo stesso per quelle» disse Attakat, e non seppi se credergli. Mentre mi arrabattavo per settare l’E.I. sulla ricerca in base alla foto e per far partire il comando, si limitava a stare seduto nel bagno sulle proprie cosce squamose. Guardò lo schermo: «Vedi le setole sotto i loro corpi?» puntò l’artiglio sulla foto macro. «Sono come ganci. Quando quelle si attaccano al suolo, non le raschi via nemmeno un pezzo alla volta».
Osservai dove Attakat indicava e scorsi infatti una fitta serie di zampe, o per meglio dire setole, appena percettibili sbucare da sotto la creatura fotografata. Sembrava velcro.
«Come facciamo allora a rimuoverle e ucciderle?» domandai. Intanto, a comando impartito, l’E.I. di cui impugnavo lo schermo protese la sottile proboscide flessibile e l’infilò nella fessura sul bordo della doccia. Mi apparve una ripresa poco interessante della lanugine accumulata fra le porte di plexiglass e l’acciaio del pertugio.
«Bruciale senza respirare troppo» suggerì Attakat. «Sono veleno. E a proposito, vedi di non far scattare la lingua mentre sei così tutta protesa verso di loro. Comunque la quarta larva non è qui. È in giro per il modulo, evidentemente» sollevò il muso e prese a fiutare l’aria con rumori da raffreddore, quindi si mise a quattro zampe e in un lampo aveva già percorso una sinuosa traiettoria dal pavimento del bagno al soffitto. Nel secondo successivo lasciò la stanza, sempre passando per pareti e soffitti. Siccome non ricomparve per tutto il tempo in cui finii di controllare la doccia, pensai che avesse abbandonato la partita e si fosse sistemato a dormire dalle due Proximane umanoidi del modulo 174. Invece stavo giusto ritraendo la proboscide dell’E.I. quando un artiglio mi batté sulla spalla. Mi voltai e dietro di me vidi Attakat, con una kefiah grigia di seta rettiloide drappeggiata attorno al collo, l’elmo della sua armatura terrestre sottobraccio e in mano l’accendiprox (il modulo aveva un cucinotto con fornelli a proximite): «La tigre, che su l’elmo ha per cimiero, tutti gli occhi a sé trae, famosa insegna, insegna usata da Clorinda in guerra; onde la credon lei, né ‘l creder erra» disse Attakat, posandomi il sottile accendiprox metallico da una spalla all’altra. Poi mi tese l’elmo con un inchino.
«Capisco che non si addiceva alla poesia, ma bastava una sciarpa come la tua, se devo proteggermi dalle esalazioni» dissi io, fingendo di non essere colpita. Presi l’elmo fra le mani e il peso non mi incoraggiò, come pure la stretta feritoia sulla visiera.
«Visto che i Terrestri hanno narici così larghe, la sciarpa era troppo sottile per te» ribatté Attakat. Mi rassegnai a incastrare a fatica la testa nell’ingombrante guscio metallico e la notte più scura mi calò intorno, a eccezione della lama di luce che pioveva dalla visiera. Impugnai l’accendiprox: «Con tutta la fatica per non scombinare la doccia…ma non si può far altro che bruciarle, quelle cose?» sospirai.
«Se non hai costruito qualcos’altro, Clorinda» disse Attakat. Feci gesto di premere il pulsante dell’accendiprox, lui sollevò la kefiah fino a coprire il muso, io annui pronta, o almeno ci provai, visto che l’elmo era un cilindro gigante che mi copriva tutto il collo. Avvicinai la punta dell’accendiprox alle larve, che si contorcevano noncuranti, dapprima lasciando un centimetro di distanza, poi quasi toccandole. La fiamma blu era troppo piccola per essere timidi. Acceso lo strumento, non notai nessun risultato, come se il fuoco scivolasse sopra le creature dalla lucida corazza, acqua sull’olio. Guardai Attakat, inquadrato nella feritoia dell’elmo, e siccome lui continuava a fissare immobile l’operazione, in attesa, continuai a puntare la fiamma. Dopo un minuto, sul piatto della doccia ormai affumicato iniziarono a piovere granelli neri che presto diventarono scaglie, poi pezzi interi dei cerchi perfetti creati dalle creature. Incalzai sui frammenti e le larve, una per una, finirono in polvere che si confuse con la chiazza annerita e bluastra che fioriva ora sul bordo della doccia.
«Ti prego, Attakat» dissi, la voce che riecheggiava nasale dentro l’elmo, «Voglio sentirmi dire che hai trovato l’ultima larva. Non sarà andata lontano, sono lentissime».
«Quella deve aver mangiato qualcosa» borbottò Attakat. «Mangiano la pelle della muta per crescere e raggiungere lo stadio successivo. Hai mutato nella doccia?»
«Ho capito, la larva è cresciuta ed è uscita dal modulo» ero sul punto di sorreggermi la fronte, ma indossavo l’elmo. A quanto pareva anche le scaglie di pelle morta di una Terrestre erano un ottimo cibo per larve di Canegula.
«Insetti no, non ne ho visti» ci informò Blass del modulo 174. «Ricordo che stamattina a lezione ho visto un Terrestre con un tatuaggio molto strano, scritto nella lingua delle Vecchie Genitrici. Significava “potrei morire mangiando pochi cenci”. Ma Rashida, perché indossi quel casco di metallo?»
«Un giorno te lo racconterò» dissi, anche se non ne ero certa. Forse mi avrebbero espulsa dal Campus, inoltre ogni volta che parlavo con Blass dovevo convincerla che non intendevo tatuarmi, poiché le Proximane umanoidi avevano una tradizione fin troppo lunga e importante in materia. Blass era coperta da un intrico di linee d’inchiostro al punto che sembrava indossare una calzamaglia di merletto strappata. E, com’era uso, non indossava altro sopra il corpo nudo e grigio pallido. Attakat sembrava poco interessato a tutto questo: roteava le palle degli occhi, spazzava il pavimento con la coda e ondeggiava col muso qua e là.
«Però ho percepito un odore nel corridoio» riprese pensosa Blass. «Poco fa, stavo rientrando, ero all’altezza dell’uscita che dà sulla palestra all’aperto: credo che qualche Terrestre fosse molto sudato».
Ringraziai Blass e, ancora armata dell’accendiprox, trascinandomi il peso dell’elmo e degli sguardi a esso associati (per fortuna pochi studenti girellavano nei corridoi a quell’ora), insieme ad Attakat mi precipitai verso la palestra all’aperto. Poteva anche darsi che la causa dell’odore fossero Terrestri sudati e invece sulla porta vidi il nostro Canegula in persona, solo che era grosso almeno quanto un ratto. Si confondeva con l’ombra dello stipite, lungo, nero, disteso e aggrappato al contorno della porta con le sue setole implacabili. Io puntai l’accendiprox, ma Attakat mi strinse il braccio con lunghe dita forti ed elastiche: «Non sprecare la scintilla. Questo sembra morto, non si muove» di colpo frustò con la coda la superficie levigata e metallica della porta, che ebbe una decisa vibrazione. Il Canegula si mosse…nel senso che il guscio si aprì longitudinalmente, svelando la cavità interna.
«Una muta!» gridai per lo stupore e la frustrazione, con l’effetto di un’eco paurosa dentro l’elmo. «Il vero Canegula sarà strisciato sotto la porta e uscito all’esterno, scommetto. Attakat, quanto è grande, allo stadio successivo?» vidi che Attakat sollevava di nuovo la kefiah sopra il muso e da dietro la seta lo sentii gorgogliare e ringhiare incerto.
«Tanto non c’è nessuno in palestra quando è quasi ora di cena, no?» rifletté ad alta voce, ancora meno incoraggiante. «Abbiamo spazio per combattere».
«Lo sai che “Pace” è uno dei nomi del mio Dio?»
«Il tuo Dio ha fatto la guerra come gli altri, Clorinda. È scritto nel poema che citavo prima».
«Quando ci saremo liberati del Canegula, me lo farai leggere» decisi e, senza toccare la pelle della larva,
spinsi la pesante porta.
Fuori era buio, come sempre, e l’aria era fredda, altro dettaglio consueto. I proiettori floodlight
rischiaravano l’atmosfera notturna, ma i brividi mi fecero rimpiangere di non indossare la mia vecchia tuta del Liceo Spaziale Orbitante, anziché il caftano al quale per fortuna avevo aggiunto una giacca. Mi sarei scaldata muovendomi, sperai, come facevano tutti i Terrestri che venivano lì a irrobustirsi per sopportare la gravità superiore del pianeta.
Un ottimo motivo per darmi all’esercizio della corsa, o per meglio dire alla fuga, fu subito visibile: la palestra era deserta salvo l’ospite abbarbicato alla rete del tennis, tanto grosso e pesante da farla pendere verso il terreno. Aveva l’aspetto liscio, molle ma sodo della pasta da modellare, e la stessa mancanza di forma. Non aveva braccia, gambe o zampe, sembrava solo un muscolo stretto con forza preoccupante attorno al bordo superiore della rete. Ed era color piombo.
Doveva possedere sensi più sviluppati di quando era larva, perché parve avvertire la nostra intrusione: la carne si assottigliò a un’estremità e prese a colare rapidamente a terra. Il Canegula si stese come un
serpente sul campo da tennis, poi sollevò testa e coda e li congiunse formando una grottesca ruota perfettamente circolare, che stava in piedi con equilibrio impeccabile. La ruota beccheggiò verso di me, con tutta l’aria di darsi la spinta per venirmi incontro. Io ero impietrita e l’espressione di Attakat dietro la kefiah era indecifrabile, non che fosse mai stata decifrabile. Spianai l’accendiprox, ma mi sentii ridicola.
In un attimo il Canegula rotolò con velocità sleale verso di me. Io caddi nel tentativo di indietreggiare, trascinata dal peso dell’elmo e dall’agitazione. Riuscii a fermare la caduta con una mano e mi ritrovai seduta sul campo da tennis col palmo che bruciava, mentre l’altra mano ancora puntava l’accendiprox. Per la prima volta percepii l’odore, non Terrestri sudati, ma piuttosto plastica o gomma scadente. Davanti a me troneggiava l’essere grigio, solido, simile a creta ben levigata, che mi avrebbe schiacciato fra un attimo. Un attimo nel quale azionai l’accendiprox e la fiammella toccò quella materia tossica.
Un suono di risucchio secco e fortissimo -un verso di dolore? Lo sfrigolio della carne bruciata?- e il Canegula si ritrasse, scivolando a circa un metro da me. L’odore era più forte e dolciastro di prima. In quel momento mi accorsi che Attakat era sgusciato dietro la belva e brandiva, semidistesa fra le due mani, una delle reti di scorta del campo da tennis. Puntava alternativamente gli occhi sulla preda e su di me, e la sua coda serpeggiava nervosamente nell’aria. Chinò appena la testa nella mia direzione. Io risposi con lo stesso cenno. Avanzai, giusto un piede davanti all’altro, mentre il Canegula ondeggiava piano sul posto, come fosse indeciso. Finsi all’improvviso una stoccata con l’accendiprox fiammeggiante. Il vile Canegula indietreggiò di scatto, Attakat gli balzò addosso con tutto il vigore delle sue robuste zampe posteriori, un salto che io, come umana terrestre, mi sarei sognata. Il sibilo di guerra di Attakat somigliò abbastanza a quello rivolto poco prima a me, ma decisamente più sonoro, e con un rantolo sguaiato ed echeggiante a conclusione. Quando vidi il Canegula avvolto nella rete da tennis, per un istante esultai. L’istante successivo realizzai che la rete era trattenuta a forza dalle braccia di Attakat che, appeso all’essere, ondeggiava insieme a lui.
«Tienilo fermo!» gridai. «Devo trovare qualcosa di meglio dell’accendiprox, o quel dannato ti schiaccerà! E ti intossicherà, visto che lo stai toccando!»
«Non lo sto toccando, c’è in mezzo la rete!» ringhiò Attakat. Parlava a vanvera come sempre, dato che le maglie non erano poi fittissime, senza contare che lui indossava solo le cinture intorno al torso. Mi precipitai al quadro di comando e accesi il recinto elettromagnetico del campo da tennis, in modo che il Canegula restasse intrappolato nell’area. Prima che il recinto si stabilisse con un bip di avvertimento, però, uscii.
«Tienilo fermo!» ripetei ad Attakat, e mi chiusi dietro la porta della palestra. Probabilmente, mentre correvo a più non posso nel corridoio, Attakat mi stava tirando dietro sibilii e insulti. Scansai due studenti tiratardi che bevevano estratti di muschio proximano accanto al distributore, colpendo involontariamente uno di loro con l’elmo (non era facile avere una vista periferica con quell’arnese in testa) e raggiunsi senza fiato la porta del modulo 174. Per fortuna Blass aprì subito.
«L’alcol etilico…» ansimai. «…che usi per i tatuaggi. Per pulire…la pelle, giusto?»
Blass iniziò con aria di piacevole sorpresa a complimentarsi, perché era evidente mi fossi decisa, ma prima che finisse di proporre la sua idea per il mio primo tatuaggio proximano, individuai all’interno del modulo la bottiglia che volevo: era sopra a un basso comodino di pietra scolpito con disegni fitti e sinuosi simili a quelli addosso a Blass. Feci irruzione, agguantai l’alcol e corsi via di nuovo, con qualche scusa che nemmeno nella mia testa suonò articolata. Tornai alla palestra, con un bagno di sudore all’interno dell’elmo e ancora sudore sul resto del corpo: era umida la mano che stringeva la bottiglia di alcol e anche quella che impugnava l’accendiprox. Sbottai: «Canegula!» ossia la password che avevo selezionato
per aprire un varco nel recinto elettromagnetico e rientrai nel perimetro del campo da tennis.
La situazione non era migliorata, come temevo: Attakat era riuscito a rovesciare su un fianco la ruota scura formata dall’essere, ma questi aveva disgiunto le estremità ed era intento a contorcersi sotto la rete premutagli addosso. Le estremità suddette si stavano sfilacciando e ogni filamento melmoso era progressivamente più lungo, sottile e saettante. Forse sarebbero venute fuori braccia, o tentacoli, qualcosa insomma con cui il Canegula avrebbe potuto strapparsi di dosso Attakat, che aveva quasi perso
la kefiah e sibilava mostrando i suoi innumerevoli e piccoli denti aguzzi.
«Canegula!» ripetei e, come speravo, la creatura fu perlomeno distratta dal rumore: il corpo principale
cessò di dimenarsi, mentre i filamenti rallentarono. Attakat, aquattato sopra il Canegula, alzò guardingo la testa verso di me. Io mi feci avanti, aprii la bottiglia spingendo sotto il tappo col pollice e schiacciai l’involucro di plastica: l’alcol etilico fuoriuscì con un getto deciso e infradiciò la parte di Canegula che stavo puntando. Mossi la bottiglia e sparsi l’alcol il più possibile lungo la creatura.
«Attakat, spostati, vattene!» gridai, prima di azionare l’accendiprox. Attakat appena vide la fiammella fece di nuovo un balzo inumano, abbandonando il Canegula disteso, fradicio e coperto dalla rete da tennis. Lanciai l’accendiprox ardente e cercai di balzare anch’io il più lontano possibile.
L’odore si sollevò in maniera immediata e inequivocabile fino alla nausea, appena il Canegula prese fuoco. Un tale odore -plastica bruciata di una dolcezza quasi acida- che, dentro l’elmo, tossii e i miei occhi si riempirono di lacrime, tanto che persi la vista e il rogo che avevo creato diventò solo un bagliore. Quando Attakat mi circondò la vita con un braccio squamoso solido come una spranga e mi tirò via di corsa, mi resi conto che, per com’ero intontita, sarei potuta anche rimanere lì. A soffocare in quel fumo mefitico, o magari a bruciare insieme al Canegula.
«Buongiorno, studenti del secondo anno Rashida Mohamed e Attakat Lak Lak. In seguito a una segnalazione d’incendio nella palestra all’aperto, i robot sono accorsi con gli idranti e hanno rinvenuto un quantitativo discreto di sabbia color piombo di origine organica, nonché un gas che ci costringe a dichiarare la palestra all’aperto inagibile per un giorno accademico intero. Dunque, studenti del secondo anno Rashida Mohamed e Attakat Lak Lak, la Segreteria ha due domande per voi: avete visto larve nere contorte a forma di cerchio, nel bagno o nei luoghi di muta del modulo? Oppure avete notato studenti sospetti muniti di gas tossici e residui animali illeciti, nei pressi della palestra all’aperto?»
«Studenti sospetti come noi?» Attakat si sporse aggressivo verso il robot segretario, che non indietreggiò e mantenne fisse le sue inquisitorie e lucide lenti oculari: «Inclusi voi, in qualità di membri del corpo studentesco del Campus» rispose, imperturbabile. «Inoltre lei, studente del secondo anno Attakat Lak Lak, ha le zampe fasciate, il che potrebbe suggerire irritazioni da scaglie, frutto di un’esposizione a sostanze tossiche. Quanto a lei, studentessa del secondo anno Rashida Mohamed, mi risulta abbia saltato una lezione dichiarandosi indisposta».
«Non si preoccupi davvero per la nostra salute, segretario» dissi io, «Ho frequentato abbastanza corsi di Medicina da potermi occupare di me stessa e di Attakat, in questa situazione. Come vede, qui è tutto risolto».
Quando finalmente il robot tolse il disturbo, chiusi la porta del modulo 173 e commentai: «Lo sapevo, non avrei mai dovuto saltare Storia della Tecnologia Pre-Proximite! Te l’avevo detto, Attakat, di trascinarmici!»
«Saresti stata comunque svenuta per la maggior parte del tempo» ribatté Attakat, con un breve sberleffo della lingua carnosa (gesto che sospettavo avesse lo stesso significato su Proxima B come sulla
Terra), «E dopo tutto questo, aveva bisogno di una vacanza persino una Terrestre testa d’uovo come te. Io pure dovrei riposarmi…ma invece di un “letto” terrestre, sceglierei una spiaggia di roccia sul lato illuminato del pianeta. Ci vuole un po’ ad arrivarci con la navetta del Servizio Pubblico Interplanetario, ma dicono valga la pena. Lo dice anche Siarrok Kav Ran nei suoi sonetti della prima muta, tu non hai idea di chi sia, giusto?»
«Pensa a pulire» dissi io, e impugnai di nuovo l’aspirapolvere manuale, col quale stavo dando una passata alla scrivania della mia camera. «Dopo potrai stendere la coda in tutte le spiagge illuminate che vuoi, e leggere le tue poesie. A proposito, hai promesso di passarmi il libro su Clorinda».
Attakat, utilizzando come straccio la sua kefiah ormai malandata, iniziò a spolverare l’Endoscopio Intelligente: «Posso sempre leggertelo sulla spiaggia, se hai un portatile che riesca a zoommare i caratteri in modo leggibile per un Proximano. La navetta parte alle ore sette accademiche nel finesettimana. Entro quella data, avremo finito di pulire, no? Per due che hanno fermato un’invasione di Canegula, le pulizie dovrebbero essere un gioco da ragazzi appena usciti dall’uovo».
Mi fermai con l’aspirapolvere a mezz’aria: «Attakat» dissi, «Mi stai sul serio proponendo un weekend sulla spiaggia, dopo che ti ho riferito la faccenda della religione? Comunque mi toccherebbe indossare una tuta antiradiazioni e…quante pagine ha quel libro, esattamente?»
«Ne ha molte, Rashida» Attakat sollevò gli angoli dell’ampia bocca e schiuse leggermente le labbra perlacee sui denti aguzzi. Non potei fare a meno di sorridere anch’io.
«Perfetto» dissi, «Dopotutto dovremo passare ancora uno o tre anni insieme, io e te».

Valeria Nisi

Che cos’è Blender (e a che cosa serve)

Che cos’è Blender e a che cosa serve?

Blender è una suite di programmi, racchiuso in un unico programma il cui scopo è la modellazione 3D.

Con Blender si può impostare un proprio rendering, in un flusso di lavoro che parte da zero: si può creare un’immagine, creare gli elementi che la compongono e disporli nello spazio; si può decidere come settare un render, ovvero una fotografia di ciò che abbiamo creato. Poi c’è il post processing, ovvero il miglioramento di quella foto.

Lo facciamo perché costa meno di uno studio fotografico, ed è meno costoso della suite di Photoshop.

Un’altra cosa che si può fare con Blender è lo Sculpting, cioè scolpire: è una pratica molto interessante per chi vuole creare modelli molto realistici per i videogiochi. O per chi – possedendo una stampante 3D e le giuste conoscenze su come impostarla – vuole stampare oggetti realizzati con questa particolare tecnica.

 

Cos’è un render? Cosa significa fare rendering?

Un render è un’immagine creata da zero: crei gli elementi, li disponi su un piano, gli dai le giuste luci, le giuste angolazioni. Poi si passa a rendere tutto più credibile: il post processing, la lavorazione dell’immagine creata, è il processo che serve a rendere tutto il più reale possibile.

A chi è rivolto il corso?

Il corso si rivolge a:

  • Architetti: è una valida alternativa a 3Dmax (programma a pagamento), ed inoltre permette di costruire da zero ogni singolo elemento del render (dal mattone al muro).
  • Designer: sicuramente, chi crea elementi di arredo e fa arredamenti d’interni, con 3Dmax può ricreare ambienti domestici e arredarli;
  • Ingegneri: con Blender si possono anche fare simulazioni fisiche;
  • Programmatori: è più raro, ma anche i programmatori possono interessarsi a blender, anche perché, essendo un sistema open source, si può mettere mano al codice sorgente.

 

Che problema risolve Blender?

Ti permette di creare un render foto-realistico senza per forza spendere un capitale in programmi e pc ultra performanti.

Inoltre per chi sta cercando uno strumento capace di ricreare simulazoni fisiche, Blender è in grado di offrire tante esperienze di PBR (physics based render), in primis quelle che riguardano la luce.

Non servono calcoli matematici ultrapesanti: basta una conoscenza base della fisica, ottenibile da un comune testo scolastico.

Quanto è potente Blender?

Dipende da te. Se sei portato, se hai voglia di esplorare il mondo dell’open source, informandoti sulle tecniche avanzate (che puoi trovare nei forum di cui parleremo nel corso) puoi virtualmente fare di tutto.

Ovvio: Blender non è un CAD, ma in compenso puoi farci progetti per stampe 3D con un add-on gratuito (ma di questo NON parleremo nel corso).

 

Detto in tre righe: Questo è un corso che può dare una base a chi vuole creare render a basso costo ma con alta resa; a patto che voglia imparare sempre cose nuove e sia costantemente incuriosito. È un corso per un Geek!

Corso avanzato di narrativa fantastica con Alessandro Forlani

Nuovo corso di AgendaGeek.it dedicato alla scrittura creativa con Alessandro Forlani, dal 20 ottobre al 24 novembre 2016.

L’editoria digitale ha affermato sui webstore molte collane di racconti brevi dalle precise caratteristiche: fantasy, horror e fantascienza sono i generi più popolari. Il corso si propone di strutturare, scrivere e editare un racconto breve “di genere” (con particolare riferimento al racconto di fantascienza, in tutte le sue forme) da proporre agli editori a scopo pubblicazione.

Il corso è dedicato a chi, nello specifico, abbia già approfondito tematiche di scrittura creativa. Chi si avvicina per la prima volta all’esercizio della narrativa avrà l’opportunità di una concreta esperienza di approccio professionale alla scrittura e ai rapporti con l’editoria.

Il corso è come sempre riservato ai soci della Associazione Culturale Agenda Geek ed ha un costo di 60 euro comprensivo della tessera dell’associazione valida per l’anno 2016; mentre per chi è già socio, il costo sarà di 50 euro.

Compresa nel costo del corso anche la tessera di Stazione Gauss.

Per procedere con l’iscrizione, inviare una mail a fabio@agendageek.it con nome, cognome, numero di telefono e email a cui essere contattati e come consuetudine le iscrizioni verranno chiuse col raggiungimento della quota di 10 iscritti.

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Ecco a voi il programma degli incontri, che si terranno il giovedì sera presso Stazione Gauss, Piazza Falcone Borsellino 17, a Pesaro:

Programma

20-10-2016 – Lezione 1: Strategie di Pubblicazione
Come, quale e perché scegliere un editore.

27-10-2016 – Lezione 2: Strategie Strutturali
Concept, Scaletta e Trattamento

03-11-2016 – Lezione 3: Scrivere il Racconto, 1
Prima sessione di scrittura

10-11-2016 – Lezione 4: Scrivere il Racconto, 2
Seconda sessione di scrittura

17-11-2016 – Lezione 5: Scrivere il Racconto, 3
Terza sessione di scrittura

24-11-2016 – Lezione 6: Editing
Sessione di editing

Nota: nelle sessioni di scrittura ed editing i partecipanti al corso saranno invitati alla pubblica lettura e analisi dei loro elaborati

Testi Consigliati:
– Alessandro Forlani, Com’è facile scrivere difficile – prontuario di sceneggiatura e scrittura creativa; Delos, Milano, 2016
– Alessandro Forlani, Com’è facile diventare un eroe – prontuario di scrittura del personaggio; Delos, Milano, 2016
– Alessandro Forlani, Com’è facile vivere in Atlantide – prontuario di scrittura di altrimondi; Delos, Milano, 2016

Sci-fi photobox & contest al Pesaro Comics

Anche quest’anno Agenda Geek sarà al Pesaro Comics & Games, con una serie di attività, prima delle quali il classico photobox, quest’anno a tema fantascientifico, in linea con l’evento che quest’anno sarà dedicato proprio a questo argomento.

Sci-fi photobox

Durante i tre giorni del festival, che quest’anno si terrà dal 26 al 28 agosto, allestiremo nel piano sotterraneo della Rocca il nostro photobox a tema retrò-fantascientifico. Venite a trovarci e scattatevi le foto usando gli hashtag #agendageek e #pesarocomics2016.

Foto-contest

Se invece passerete per il photobox dalle 15 alle 20, il nostro staff sarà presente armato di reflex pronto a scattare la vostra “foto ricordo” a voi e ai vostri amici ma con una interessante sorpresa. Infatti le foto saranno caricate sulla nostra pagina Facebook e quella che riceverà più interazioni (like, commenti & co.) sarà premiata con un simpatico premio a tema fantascientifico. Quindi venite a farvi scattare la foto e… taggatevi per ricevere il premio!

Punto make up

Come ultima sorpresa, saranno con noi due make up artisti d’eccezione, Carlo Capezzera e Francesca La Sorsa, che a fianco del nostro photobox saranno a disposizione per trucchi fantascientifici e non solo, un motivo in più per venire a trovarci!

Che cos’è la Fantascienza (ovvero un racconto di Agenda Geek).

Spiegare a parole che cos’è la Fantascienza non è facile. Almeno non per me, l’Head Editor di questo blog. Avrei potuto aprire la prima pagina di wikipedia e copiare alcune frasi a casaccio. Oppure avrei potuto dire che la fantascienza è un mondo fatto di idee, di racconti, di immagini e video che in qualche modo stuzzichino la fantasia e richiamino un mondo dove è la scienza ad esser la protagonista. Dove grazie ad essa tutto può accadere.

Tutto molto bello, tutto molto giusto; ma così non avreste forse capito come un geek vede la fantascienza. Ed allora, in virtù anche del contest letterario che Agenda Geek lancerà per il Pesaro Comics, perché non buttare giù un racconto che dia il via alle danze e illustri cosa ci piace e cosa è per noi la fantascienza?

Allora, signori e signore, ecco a voi che cos’è la fantascienza, in un racconto breve ma intenso. Godetevelo. e non dimenticatevi del Pesaro Comics.

Make America Great Again

Lain guardò verso la finestra, attirata da un rumore stridulo. Lì per lì non vide nulla, solo la luce fioca dei lampioni sovrastata da quella del neon, e il solito AirTron alla ricerca di Dissidenti da catturare, rinchiudere e torturare. Era così ormai da quindici anni, da quando, nel 2017 era salto al campidoglio il presidente Trump. Dopo solo sei mesi di mandato aveva rivelato la sua vera natura dittatoriale (come se avesse effettivamente fatto qualcosa per nasconderla) e aveva inondato le strade di vigilanti armati. Non badò a spese nel campo degli armamenti e nessuno si oppose perché «la sicurezza prima di tutto!»

Quindi, mentre i vigilanti diventavano sempre meno umani e sempre più macchine, cominciò il processo di trasformazione degli Stati Uniti da grande nazione democratica a tirannia assolutista e accentratrice.

A Trump si dovette anche il cambio del nome della nazione che a partire dal 2020 divenne ufficialmente America, come a dimostrare che il continente stesso doveva identificarsi con la nazione. Tutto “il resto” fu chiamato con appellativi pieni di disprezzo. Indioland, Franciafinta, Negronia, Cocainonia. Trump decise per noi. E noi tacemmo, «perché non eravamo zingari».

Alcuni di noi.

Alcuni incominciarono a essere in disaccordo – per usare un eufemismo – cominciarono a ribellarsi. Piccoli gruppetti di studenti all’inizio. Piccole proteste, che a poco a poco sfociarono in un movimento politico. Nelle marcie intonavano Dissident dei Pearl Jam. Un dissidente, un dissidente è qui.

Le proteste erano per lo più pacifiche e lo rimasero fino a quando Trump e la sua “amministrazione” – gli oligarchi – decisero che questa rivoluzione danneggiava il nuovo mondo che stava formandosi.

Così inviarono gli automi di sorveglianza e poi gli AirTron, delle sfere bianche, con un diametro di circa un metro e ottanta centimetri, che potevano librarsi in volo grazie alle nuovissime innovazioni nel campo del galleggiamento elettromagnetico. Queste celle volanti, capaci di aprirsi e catturare un uomo di altezza e corporatura media, furono affiancate da carri armati ultra leggeri.

Erano passato così 15 anni, più o meno, in cui il mondo era cambiato, più avanzato tecnologicamente, ma al contempo più impaurito, più violento e distorto.

E in questo mondo, Lain si era voltata a guardare la finestra, attirata da un rumore stridulo, che al contrario di quanto credeva, non proveniva né da un AirTron né da un gatto. Durò solo pochi secondi, perciò Lain non diede molto peso a quel suono molto strano. Un minuto dopo si rifece vivo, questa volta più intensamente e molto più simile al rumore di uno sbalzo di corrente.

Lain sapeva bene che la curiosità uccide il gatto, lo aveva imparato molto tempo prima: suo padre – giornalista per il Chronicle – fu ucciso davanti ai suoi occhi. Aveva 13 anni e sognava di seguire le orme di quell’uomo coi baffi che faceva sempre domande e aveva sempre l’aria sorniona e allegra.

Sognava. Imperfetto. I 1.700 volt dell’Elettrificatore usato per “calmare” suo padre, spensero quel sogno. Ed era ormai da tempo che aveva smesso di pensarci. Di pensare ai suoi sogni di bambina, alle lotte, ad un uomo coi baffi con il taccuino in mano pronto a fare domande a tutti.

Ora viveva in quella casa nella periferia di San Diego, un monolocale per persone con poche pretese e ancor meno soldi. Il lavoro in fabbrica, dopo essere diventata una figlia del sistema divenne una scelta obbligatoria. Altra brillante idea degli Oligarchi: troppi orfani, troppe bocche da sfamare. Troppi problemi. Che si guadagnino da soli il pane con cui si nutrono!

E così Lain Shepard, a 14 anni fu costretta a combattere la sua battaglia dickensiana per la sopravvivenza prima e per quel lembo di terra, strappato con sudore e sangue, che poteva chiamare casa.

In questo ambiente ora, c’era qualcosa che non andava, qualcosa che proveniva da fuori la finestra, forse dalla scala di servizio, illuminata dal neon fucsia del vicino strip club.

Incuriosita, ma anche perplessa si diresse verso la finestra rigata da una leggera pioggia primaverile. Ancora una volta il rumore si fece sentire. Ancora uno sbalzo energetico.  Guardando meglio Lain notò anche un altro particolare: un tenue bagliore proprio in direzione del rumore.

Aprì pian piano la finestra, titubante, e si sporse pian piano cercando di non farsi vedere.

Con un certo stupore prese nota dell’uomo riverso a terra, con una sorta di maschera metallica che ricopriva metà del suo viso e degli arti. Il neon si illuminò e mostrò meglio l’uomo riverso a terra: Lain stentò a credere ai suoi occhi, ma era lì.

Il presidente Trump era lì, steso nel suo pianerottolo. E quelle non erano maschera ed armatura ma veri e propri arti: sembrava in tutto e per tutto simile a quel vecchio film di cui non ricordava il nome ma che sapeva aver come protagonista l’ex governatore della California e capo della milizia dei Dissidenti.

il respiro di quell’essere è rauco ma debole. Sembrava stesse dicendo qualcosa. Lentamente aprì gli occhi, come se sapesse di essere guardato, e si voltò verso Lain che si ritrasse d’istinto. Il Trump steso sul pavimento la chiamò con un filo di voce.

-Ragazza.

Silenzio.

-Ti ho vista.

Continuò -Ti prego, vieni qui.

La curiosità ed un vago senso di pietà vinsero le ultime resistenze di Lain, che sempre con titubanza si alzò dal suo riparo. Scavalcata la finestra si avvicinò all’uomo o a ciò che ne restava: il torace era dilaniato e mostrava carne e parti meccaniche; una gamba era stata strappata via così come anche la mano sinistra. Il corpo emanava lampi elettrici e ronzii di corto circuito.

-Ho… ho… fallito!

Disse lui non appena percepì la ragazza accanto a sé.

-Ho fallito su tutta la linea: volevo rendere l’America grande ancora una volta, e invece l’ho fatta sprofondare in un incubo. Oddio… le… le cose che ho fatto. Che abbiamo fatto… sono state atroci. I bambini, tutti quei bambini. Anche tu…

Si fermò un secondo a riprender fiato.

-Volevo rimediare, volevo aggiustare le cose, ma sono troppo vecchio e troppo debole.

Alzò la mano rimasta verso di lei.

-Ora non posso fare altro. Dimmi ragazza, come ti chiami?

Lain mosse le mani e con i segni mimo le lettere del suo nome. Era uno strascico, un dolore fantasma, un trauma che la bloccava e non le permetteva di parlare.

-Capisco.

Disse Trump

-Lain.

E la toccò. Scariche elettriche passarono dal suo corpo a quello della ragazza.

Era impietrita: non riusciva a muovere un solo muscolo, mentre quelle scariche la attraversavano. Si rese subito conto però che non facevano alcun male; pizzicavano come se qualcuno le stesse facendo un tatuaggio lungo il braccio.

-Ecco

Disse lui, non appena le scariche terminarono. Le sue parti meccaniche non c’erano più. Al contrario lain si trovava con un braccio ricoperto di metallo sino alla spalla. Mo, non ricoperto: il braccio stesso era di metallo. Lo sentiva.

-Combatti e vinci.

Disse ancora quel cumolo di carne e capelli cotonati.

-Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

E con un ultimo rantolo si spense.